Fiat: nessun rilancio di Termini Imerese

Published on 03/21,2008

Tanto tuonò che piovve. Naturalmente sul bagnato, cioè a Termini Imerese che rappresenta l'anello debole della catena Fiat. Il fatto che l'annuncio fosse previsto non ne ridimensiona la gravità: ieri l'amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne ha detto che il piano di rilancio dello stabilimento siciliano non esiste più. Dunque, niente opere infrastrutturali nel territorio per raddoppiare la capacità produttiva da 100 a 200 mila vetture e costruire un indotto degno di questo nome, niente più produzione completa di due modelli ma soltanto assemblaggio di pezzi provenienti da Melfi e Mirafiori per un solo modello, la Ypsilon che è già in produzione a Termini. Tutta colpa della politica, in particolare di quella siciliana che ha approfittato della crisi del governo Cuffaro per disattendere gli impegni presi con la Fiat e il governo nazionale. Niente emendamento prima dello scioglimento della Regione, niente assegno da 150 milioni di euro, niente rilancio. E niete provvedimento del governo Prodi per la riduzione del costo del lavoro siciliano, finalizzato alle nuove assunzioni che il raddoppio produttivo avrebbe consentito. Ma è proprio vero che la colpa del passo indietro di Marchionne è tutta e solo della politica? Questa lettura non convince Roberto Mastrosimone, quadro storico della Fiom a Termini: «Temo che dietro la scelta regressiva della Fiat ci siano ragioni strutturali che poco hanno a che fare con le colpe, reali, della politica. Il 2008 e il 2009 si prospettano come anni difficili per l'industria automobilistica, e la Fiat non fa certo eccezione. I casi sono due: o il nuovo modello che avremmo dovuto costruire qui non si fa o slitta nel tempo, oppure hanno deciso di costruirlo altrove. Certo non in Polonia, dove lo stabilimento è saturato». Iniziative di lotta in vista? La situazione non è facile, in una fabbrica che pure ha mostrato nel 2002 un'alta capacità di lotta e di coinvolgimento del territorio. Ma oggi non si parla di chiusura come sei anni fa, si parla di non rilancio. Dunque il problema «sociale» non sarà immediato, riguarda però il futuro di uno stabilimento che oggi occupa 1.400 dipendenti (età media altissima, qui si aspetta la pensione) più 300 terziarizzati e 350 dell'indotto. E' perciò al territorio - segnato profondamente dalla crisi sociale e occupazionale - che Mastrosimone lancia un appello, prima ancora che ai lavoratori della fabbrica di automobili.

tratto da Il Manifesto


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