[10maggio]a Cinisi a trent'anni dall'omicidio di Peppino Impastato|!|

Published on 05/12,2008

Per la prima volta le realtà autonome della citta di Palermo hanno deciso di partecipare ad una manifestazione del genere, non condividendo comunque le linee guida di quanti , questo corteo, lo hanno organizzato. Lo spezzone era aperto dallo striscione che riportava la scritta “né con la mafia né con lo stato, nessuna fiducia nelle istituzioni”.  Sia con lo striscione che con gli slogan lanciati, il centro sociaole si è fatto portavoce di una riflessione sulla mafia che non è plagiata dall’attuale cultura dell’antimafia, dell’ invocazione della legalità a tutti i costi , dell’appoggio alla magistratura e alla istituzioni, convinti che non si puo’ parlare di una migliorabilità delle istituzioni e dell’invocazione del passaggio da uno stato corrotto a uno stato  corretto che comunque rimane nelle compatibilita’ capitaliste , ma di  apparati statali che, nella pratica sono  stati i produttori di quelle condizioni che hanno portato alla morte di Peppino Impastato, che, come  dimostrato da innumerevoli eventi, sono stati i mandanti di molti omicidi, celati sotto la mano di quella che loro, i potenti e ormai molti in Sicilia , chiamano mafia. Mafia è un concetto ormai abusato, un termine speciale come “terrorismo” usato per descrivere una situazione complessa, non possiamo continuare ad utilizzare incondizionatamente questo termine, prodotto per  nascondere gli abusi dei potenti, e con il quale in questi anni si è riusciti ad arruolare dentro questa visione della realtà buona parte della società , della sinistra e anche di quei  movimenti che invece dovrebbero smascherare certe costruzioni ideologiche al sevizio del mantenimento di questa società capitalista  , non vogliamo affiancarci nella lotta contro il nulla, che lo stato vuol  far condurre alle masse  per continuare la sua corsa nell’annichilimento della società, per questo noi portiamo avanti la nostra lotta contro il capitalismo e se ci vogliono portare a decidere da che parte stare fra  lo stato e le varie organizzazioni , bande , realta’ extralegali , noi puntiamo ad estendere le lotte sociali e a non riporre nessuna fiducia nelle istituzioni Sappiamo benissimo quanto ricco sia stato nel passato il dibattito sulla questione “mafia”: le opinioni più svariate sono state espresse su origini e cause di diffusione del fenomeno , sul funzionamento della struttura , sulle sue dinamiche interne e sugli sviluppi possibili ,  sul come intervenire per debellarlo.

E’ stato detto tutto e il contrario di tutto;, ma mentre il problema è ben lontano dall’essere risolto sembrerebbe che da un po’ di tempo in tanti siano impegnati nel promuovere un processo di “cristallizzazione”di una certa storia dei rapporti tra mafia e politica ; cristallizzazione che passa attraverso la ridefinizione di concetti quali quello di legalità o di antimafia , e che punta soprattutto all’affermazione dell’entità statuale come unica interprete possibile della lotta alla malavita organizzata. Ciò che viene lanciato è in poche parole un appello alla società siciliana (e non) a fidarsi di quelle istituzioni che sole possono realmente contrastare la mafia ad ogni livello (dall’apparato repressivo-giudiziario agli interventi prettamente economici o socio-culturali) per la riaffermazione del principio di legalità su quest’isola.
In questa battaglia culturale vediamo oggi impegnato tutto l’apparato politico-istituzionale della regione (da destra a sinistra) oltreché ampi settori della società civile (dall’associazionismo antiracket agli industriali) , tutti sotto la comune bandiera dell’antimafia.
Il principio che si cerca di diffondere quindi è il seguente : se nell’illegalità diffusa la mafia ha trovato il suo fertile terreno di diffusione , nella riaffermazione di legalità per mano dello stato ( che fa le leggi , per cui è esso stesso a definire i contorni della legalità ) il sistema mafioso troverà certamente la sua fine.
Principio ispirato a false basi politico-sociali ma che fa comodo sia a ogni formazione politica (istituzioni e partiti )in senso stretto , sia alla costellazione di associazioni che ruotano intorno ad esse dato che su tale campagna operano un re-styling della propria immagine e si fanno campagna elettorale.
Un “falso ideologico”in quanto si basa sull’idea (sbagliata) di uno stato , quello italiano, da sempre realmente impegnato a vincere lo scontro (anche armato) con la mafia.
Sin dalla scuola infatti , ci hanno presentato i rapporti tra mafia e politica come uno scontro reale tra la Repubblica italiana e la malavita siciliana ; uno scontro per il ripristino e la riaffermazione di un legittimo potere sovrano nazionale su un territorio , quello siciliano , controllato e governato illegalmente da un sistema di potere , quello mafioso, antagonista e in contrapposizione rispetto al primo ; ciò sembra oggi non poter più essere messo in discussione.
In questa “storia” attinge a piene mani , come dicevamo , sia il mondo della politica sia quei pezzi di società bisognosi di giustificare una scelta , quella di parteggiare per le istituzioni pur professandosi antistituzionali e contro il sistema (la scelta per esempio di scendere in piazza per festeggiare una sentenza della magistratura contro Cuffaro).
 Ma la realtà dei fatti è ben diversa e questo tipo di racconto mostra immediato tutti i suoi limiti.
Innanzitutto limiti storici : la storia dei rapporti trasversali tra mafia e istituzioni dello stato non può essere considerata la storia di uno scontro , ma al contrario di convivenze e convergenze di interessi .Se per decenni il ruolo del’apparato statale è sembrato essere marginale nella quotidianità della vita , tale ruolo va riletto in chiave opportunistica e considerato funzionale rispetto allo sfruttamento capitalistico della sicilia. : comuni interessi sia dal punto di vista politico-amministrativo ( basti pensare all’influenza che tutt’ora ricopre l’organo mafioso nel Parlamento italiano) sia socio-economici (basti pensare a tutti gli appoggi forniti dal denaro mafioso a politici,banchieri,industriali).
In questo complesso scenario di falsità storiche e di rapporti ancora poco chiari sembra quantomeno azzardato ergere a valori assoluti sull’altare della lotta alla mafia due concetti come quelli di antimafia e legalità , concetti legati indissolubilmente alle politiche e alle scelte istituzionali.
Sotto il termine antimafia ritroviamo oggi una miriade di pratiche e interventi considerati di lotta (fisica o culturale) a essa: sono antimafia sia i megaprocessi o le megaretate contro i boss , messi in piedi dai nostri apparati polizieschi e giudiziari , sia le politiche culturali realizzate dalle varie associazioni antiracket e prolegalità ( oltre che dallo stato stesso) .Ma limitare in questo modo il concetto di antimafia , cioè renderlo sottomesso concettualmente e materialmente alle politiche statali , corrisponde ad uno svuotamento e ad un allontanamento profondo dall’idea stessa di lotta al sistema di potere mafioso ; il termine viene così diventando semplicemente una falsa etichetta di cui si appropria indistintamente chiunque voglia passare per legalista.
E’ limitativo perché non può esistere solo la politica dell’antimafia di stato - che come già detto forse ha più collaborato e agevolato la crescita strutturale della mafia che combattuto realmente per sconfiggerla – o le campagne di Addiopizzo : non può e non deve esistere anche perché assumere questo punto di vista significa distogliere totalmente l’attenzione da ogni forma di analisi socio-economica sui caratteri e l’origine del sistema mafioso attuale , appiattendo sul fantomatico tema del principio di legalità ogni ragionamento sul fenomeno.
Ma cosa esprime realmente e concretamente il principio di legalità? perché questi continui richiami non fanno che proporre un modello di lotta alla mafia a suon di denunce , campagne antipizzo , polizia e sicurezza?
Già da tempo su scala nazionale e internazionale si sta realizzando un processo di messa a valore del concetto di legalità come bene irrinunciabile per le collettività : un processo di sacralizzazione etica della legge che , pompato dai media ,  ha legittimato nell’opinione e nel consenso pubblico l’innalzamento del livello di controllo sociale , esercitato con l’aumento della repressione delle forze di polizia , nel nome della sicurezza .
Politiche queste che non possono che andare a colpire , anche in Sicilia , gli strati sociali più disagiati , particolarmente quel tessuto metropolitano la cui vita nell’illegalità può diventare spesso l’unico modo per sopravvivere : basti pensare ad una città come Palermo in cui ad illegalità diffusa corrisponde una situazione di dilagante miseria e precarietà ( un’illegalità che probabilmente è più espressione che causa della miseria …) .
Lo sforzo attualmente dispiegato nell’educazione alla legalità , in un territorio mai socialmente ed economicamente” normalizzato”, non può che condurre ampi settori della società siciliana a sentire sempre più centrale questo tema e ad identificarlo come unica soluzione all’ oppressivo potere della mafia.
Quello a cui oggi assistiamo è piuttosto un’abile campagna di propaganda costruita ad arte da istituzioni , formazioni politiche e settori della grande imprenditoria , con l’obiettivo di riportare l’immagine dell’isola al centro dell’attenzione dell’Europa e della geopolitica del capitale , dando alla Sicilia un’immagine, per così dire, più pulita .La politica regionale è totalmente indirizzata ad una riqualificazione del territorio siciliano anche in vista del ruolo centrale di rappresentante europeo che assumerà nell’area di libero scambio Euromediterranea prevista per il 2010.
Ma questi continui richiami alla cultura della legalità non possono in alcun modo contribuire alla risoluzione di quel malessere sociale che dà origine e alimenta giorno dopo giorno il sistema mafioso ; malessare in cui sicuramente determinante è stato l’apparato di stato nell’inadeguatezza e nel disinteresse di intervento amministrativo e sociale .Si tende a dimenticare troppo facilmente le radici sociali del problema mafioso e che esclusione sociale , disoccupazione , corruzione e sfruttamento capitalista non si vincono con la legalità.
E’ nell’ormai indissolubile legame con le istituzioni che l’antimafia di questo paese si è appiattita perdendo di vista il problema reale e divenendo purtroppo un unico corpo con chi la mafia non la combatte ma la protegge : lo stato italiano.
La definitiva vittoria sulla mafia e sul suo dominio avverrà solo quando avremo la forza di ribaltare quel sistema che ne è alla base .
Per chi non crede che la mafia si vinca a colpi di legalità non avere nessuna fiducia nelle istituzioni significa lottare per un cambiamento reale.

Dopo mesi di insignificante campagna elettorale contraddistinta dalla pochezza di contenuti e dall’indifferenza verso le tematiche nevralgiche che scaturiscono dai bisogni reali di chi vive costantemente nella condizione di minoranza non marginale, arriva il responso definitivo: vince il centro destra. Berlusconi si riconferma per la terza volta rappresentante di una porzione significativa del paese, e la stampa estera non perderà occasioni per tratteggiarlo come fantoccio show-man. Il nuovo presidente del consiglio non perde tempo ad annunciare i primi e più urgenti settori d’intervento: 1) TAV, INCENERITORI e grandi opere, 2) riforma della scuola, 3) modernizzazione della Sanità; si prospetta e si auspica in tal modo una nuova stagione di scontri sociali.
Degna di nota è la vittoria schiacciante della Lega Nord che per la prima volta raccoglie consensi anche in territori poco propensi a farsi sedurre dalle retoriche pedaniste come il Piemonte e l’Emilia Romagna; risultato ottenuto grazie alla chiarezza dei messaggi lanciati in campagna elettorale sul tema della sicurezza e su letture xenofobe e razziste.
Nonostante la netta sconfitta, Veltroni in fondo non ha perso, giocando un ruolo attivo nella bi-polarizzazione dell’agone politico. Troverà svariati modi per toccare le giuste corde della via alla moderazione e modernizzazione del paese.
Ma continuiamo il nostro percorso tra gli anfratti paludosi della politica istituzionale focalizzandoci sulla sinistra Arcobaleno che ha pagato con l’extra-parlamentarità la totale passività nelle politiche sociali, l’incapacità di raccogliere e promuovere le linee direttive provenienti dai movimenti in questi ultimi anni, la mancanza di una reale scelta di parte ( al di là del retorico slogan usato nella campagna elettorale) su temi quali TAV, inceneritori, Precarietà/ protocollo Welfare e il sostegno alle operazioni militari nei due anni di governo. Scelte che hanno determinato la sconfitta e la marginalità della Sinistra istituzionale,
nell’arco parlamentare ma ancora più importante nella società. Tuttavia proprio da questa sconfitta vuole trarre la propria forza riallacciandosi a quei movimenti che talvolta ha ignorato, talvolta delegittimato, tentando di appiattirli e sgonfiarli promuovendo un linguaggio che predica “dialogo” al posto di “conflitto”, “disobbedienza” piuttosto che “antagonismo”. Il tentativo disperato di farsi portavoce delle istanze di tali movimenti, di istaurare con questi una prassi comune, un dialogo ipocrita non può che essere letto come l’ennesimo esperimento per restare a galla e non cadere nel dimenticatoio politico tentando di ripartire da questi per creare una solida base di consenso da far fruttare negli anni a venire. Tuttavia i movimenti si sono separati dalle istituzioni, vivono un’altra vita rispetto alla politica che ci raccontano, le cose che vogliamo non hanno nulla a che vedere con la potenza del capitale, con la violenza che esso comporta, con i suoi valori e con la sua idea di ricchezza.

Per concludere, a due settimane di distanza arriva la seconda sconfitta che sancisce il definitivo tracollo della sinistra: le amministrative romane di metà aprile si concludono con la vittoria schiacciante di Alemanno, risultato che è stato commentato da Veltroni e dai vertici del PD come “ una vera e propria batosta” mentre la stampa di sinistra si  rammarica per il ritorno dell’ondata nera continuando ad ignorare le  ragioni di tali sconfitte e sposando un’analisi parziale e miope. In questo quadro così delineato, per dirla con Mario Tronti :”il nostro compito è elaborare un pensiero ademocratico, riproporre una teoria della minoranza in quanto minoranza agente, centrale…dobbiamo pensare la rivoluzione come una cosa che è legittima anche se non è legale, dobbiamo rivendicare una legittimità senza legalità”.Oltre che nel quadro politico istituzionale , oggi, ci troviamo ad analizzare il rapporto fra partiti e movimenti sociali anche a Palermo, gran parte dei quali hanno assunto in questi ultimi anni, comportamenti ambigui se non addirittura arruolati alla sinistra istituzionale .
Anche a Palermo come nel resto d’Italia assistiamo ed assisteremo sempre di piu’ al tentativo di ritorno della sinistra istituzionale, all’interno dei movimenti , favoriti da quelli componenti , ambigue da sempre cerniera tra istituzioni e movimenti , fra i responsabili in questi anni di governo Prodi , dell’immobilismo o della teoria del governo “amico “.
In Sicilia in questi anni si giocherà una partita importante che avrà come posta in palio la “modernizzazione”  e lo sviluppo della nostra regione: ponte sullo stretto ( tornato in testa alle priorità di governi regionali e nazionali) inceneritori , rigassificatori , mega centri commerciali, area di libero scambio 2010 . Un modello di sviluppo fatto su misura  per i profitti delle imprese a scapito della qualità della vita di tutta la popolazione Siciliana.
Per rispondere ed essere all’altezza di queste sfide è necessario costruire un movimento autonomo fuori dai partiti e dai sindacati .Noi dal supermarket della politica istituzionale stiamo fuori, non compriamo nessun prodotto, non accettiamo nessuna offerta o promozione, stiamo da un’altra parte, quella delle piazze e dei quartieri, con i movimenti e con chi lotta per i propri bisogni e i propri diritti, dalla parte di chi resiste ed alimenta il conflitto.

 

SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI DAL CORTEO.... 





 

 


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